Droga. Cambiano le dipendenze: “Le comunità devono adeguarsi”

“La trasformazione del mondo delle dipendenze segue l’andamento della società. E anche le comunità di recupero dovrebbero comportarsi di conseguenza”: Riccardo Sollini è il responsabile per le dipendenze della comunità Capodarco di Fermo, sulla costa marchigiana. La struttura accoglie ragazzi tra i 18 e i 30 anni: “In questi ultimi anni abbiamo registrato un netto abbassamento dell’età. Il primo avvicinamento a sostanze illegali arriva sempre prima: a 13, 14 anni. Porte d’ingresso la cannabis o gli psicofarmaci che trovano in casa abbastanza facilmente. La percentuale di chi sviluppa una dipendenza, però, è la stessa da 10 anni”. Lamberto Lucaccioni, il ragazzo morto dopo avere assunto ecstasy nella discoteca Cocoricò di Riccione, di anni ne aveva 16: “Attenzione a non confondere: uso e abuso sono concetti da tenere ben distinti. Ovviamente non tutti quelli che provano una droga sviluppano una dipendenza”.
I ragazzi che si rivolgono alla comunità marchigiana, spiega, vengono da esperienze di vita ‘normali’: “Non arrivano da contesti familiari sfasciati: hanno genitori e fratelli, vanno a scuola, praticano sport, hanno degli hobby, ascoltano musica. Dicono di avere provato la droga perché in qualsiasi posto andassero, c’era chi ne faceva uso. Hanno provato, e non sono riusciti a fermarsi”. Nessuna sostanza di privilegio, racconta Sollini, ma un utilizzo variegato: poliassunzione, mischiata anche a sostanze legali, come alcol e farmaci (“L’abuso di farmaci è un altro dato in fortissima ascesa”). “Sicuramente, registriamo un grande aumento dell’abuso di cocaina. C’è anche un ritorno dell’assunzione per via iniettiva, dopo anni di calo a favore dell’inalazione o dell’ingerimento”.
Considerata la ‘normalità’ dei giovani accolti, Sollini suggerisce un nuovo tipo di risposta: “Sono persone completamente inserite, che hanno un legame con il territorio. Non ha senso tenerle in comunità per periodi lunghi, uno e due anni, estraniate dalla società. È irrealistico”. Per questo, la tendenza su cui si inserisce la realtà fermana è un’altra: “Percorsi più brevi: 6 mesi di inserimento in comunità, poi un rientro in famiglia e magari il fine settimana in struttura per discutere di quanto successo nei giorni precedenti. Il nostro obiettivo è trovare lo strumento migliore per permettere al ragazzo faceva prima, senza bisogno, però, di consumare droga”. Alcuni hanno spiegato di avere fatto uso di stupefacenti per affrontare determinate attività della giornata: “Le droghe suppliscono alle inadeguatezze, servono a selezionare le emozioni. Noi dobbiamo lavorare su questo. Perché attenzione: ci occupiamo di dipendenza, non di sostanze. Per me, una persona che abusa di cannabis è come una che abusa di eroina. È ovvio che i percorsi terapeutici saranno diversi, ma per quello che mi riguarda sono sullo stesso livello. Le sostanze hanno un valore relativo rispetto alla patologia”.
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Secondo Sollini, molte comunità, però, non stanno adeguando la risposta all’offerta: “Il nostro compito non è quello di contenimento sociale. Non siamo una versione soft del carcere, né un luogo dove mettere persone che non si sa come collocare”. Questa situazione deriverebbe anche dal crollo dell’attenzione sul tema: “Non ci sono più i numeri da guerra degli anni Novanta, non c’è più la paura dell’Aids a fare da traino. Si preferisce nascondere invece che intervenire. Capisco che le comunità debbano sopravvivere anche per garantire uno stipendio a chi vi lavora, ma non è possibile adattarsi a risposte non adeguate”. Alla comunità di Fermo, spiega, ogni anno chiamano 40, 50 persone per chiedere informazioni: “Dare risposte brevi è difficile, ma prima si riescono a intercettare le richieste d’aiuto più si può credere in un successo. Per questo dovremmo poter garantire risposte idonee immediatamente. Chiedere ai SerT di farsi carico di una persona è una battaglia, certe volte mi sembra che il sistema pubblico scelga di rispondere solo agli eroinomani – che peraltro non esistono più – e a logiche economiche difficili da accettare”.
“Anche le leggi non aiutano”, ammette Sollini. Dopo che la Corte Costituzionale ha giudicato illegittima la Fini-Giovanardi (febbraio 2014), nessuno si è preso la briga di riprendere in mano quell’argomento e riaprire una discussione: “Capita che a livello regionale possa andare meglio, magari per merito di un dirigente particolarmente illuminato. Ma senza una linea guida comune, non si può sperare in nulla di buono. Le comunità si sentono sole nel combattere la battaglia contro vecchi stereotipi”. (Ambra Notari)
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