Droga, lo psichiatra: “In Italia è una questione politica, ma dovrebbe essere tecnica”

“Ci sono persone che credono che l’uso della droga sia diminuito, perché c’è meno gente rispetto al passato che si inietta eroina. Beh, queste persone non sanno leggere il mondo di oggi. Ci sono fasce fragili – immigrati, clandestini, uomini e donne che vivono nelle periferie delle aree metropolitane – che ancora scelgono la via iniettiva. E poi ci sono tantissimi giovani e meno giovani, impiegati e liberi professionisti, perfettamente integrati, che fanno uso di altre sostanze stupefacenti: dalla cannabis all’ecstasy, dall’alcol alla cocaina. Ecco, molti rifiutano di vedere anche questa faccia della medaglia”: Edoardo Polidori, medico psichiatra, dirigente del servizio tossicodipendenze dell’Azienda Usl di Forlì dal 2007, ritrae così la società odierna.
Perché per parlare di droga abbiamo bisogno di vittime? Polidori, nella sua riflessione, parte da questa semplice domanda. “La politica nazionale quanto ha a cuore le politiche antidroga?”, si chiede, e ricorda come da più di un anno, dalla destituzione di Giovanni Serpelloni (avvenuta il 9 aprile 2014), il Dipartimento politiche antidroga sia senza vertice (e il sito www.politicheantidroga.gov.it non disponibile, ndr). “Le morti scatenano il lato emotivo, a cui però deve necessariamente seguire la lucidità delle politiche”. E perché la politica sembra disinteressarsene? “A mio modo di vedere, perché la questione droga non è rilevante per il centrosinistra, perché può spaccarlo. È questo il dramma italiano: la droga in Italia è una questione politica, mentre dovrebbe essere tecnica, come è già per altri Stati europei”. Secondo il medico, nel nostro Paese – caso comunque non isolato, simile per esempio a quanto accade in Svezia – droga significa criminalità e devianza, mentre altrove – Spagna, Francia, Portogallo, Olanda, Svizzera – è anzitutto un tema legato alla salute pubblica.
Anche in Italia, comunque, la situazione è a macchia di leopardo: “Io sono contento di lavorare in Emilia-Romagna – ammette Polidori –, perché è una Regione interessata a questi temi. Ma non è così ovunque. Non solo: le aziende sanitarie locali ricevono fondi per avviare progetti dedicati al mondo della notte, ma non sempre li utilizzano adeguatamente. I tagli recenti, poi, sono stati un problema, considerato che noi lavoriamo con le persone e le nostre risorse sono le persone. Se ce le tolgono, dobbiamo per forza rinunciare a qualche attività”.
Gli operatori del SerT di Forlì, per esempio, sono presenti in un locale di Cesenatico e a diversi eventi che animano quel tratto di costa: “Sono gli stessi operatori che vanno nelle scuole, i ragazzi li conoscono, è il vantaggio di lavorare in un piccolo territorio”. Gli operatori gestiscono un punto informativo, una zona relax dove riprendere fiato a temperature accettabili, misurano il tasso alcolemico, distribuiscono gadget: “Soprattutto, parlano: i giovani ci stanno volentieri a parlare di queste cose. Fuggono dal maestrino, ma ascoltano i consigli di un adulto non giudicante, magari mentre spiega che quando scema l’effetto delle anfetamine viene sonno per colpa dell’alcol ingerito, e mettersi alla guida non è una buona idea: i neoguidatori sono felici di ricevere queste notizie. Questo significa favorire il consumo? No, questo significa evitare che ci si ammazzi in un incidente. Oggi a chi chiedono informazioni sulla droga? A internet, dove c’è tutto e il suo contrario, e ai pusher. È normale?”.
Purtroppo, alcuni locali non vogliono operatori, perché sarebbero sinonimo di presenza di droga: “Capisce il paradosso? Ma è un atteggiamento sbagliato, le droghe sono ovunque. Alcol, stimolanti, eccitanti. Non è che se dici che non ci sono, è davvero così: stai semplicemente negando la realtà”. È lo stesso discorso, spiega Polidori, della droga in carcere: anche se non si ammette, c’è. “Purtroppo, meno se ne parla, più cresce il rischio di fare morire tanta gente. Il problema è culturale: è necessario rieducare le comunità, gestori dei locali e politici inclusi”.
Polidori promuove un nuovo modo, civile, di convivenza, perché la salute di tutti possa migliorare. Un nuovo modo che però, per vedere la luce, chiede tempo e voglia di cambiare e ragionare, non esattamente tre fondamenta della società ipercinetica attuale: “Gli slogan sono più veloci, ma semplificano. Servirebbe aprire una riflessione, con modalità e tempistiche adeguate: oggi, non è così semplice”. Ha senso, allora, essere ottimisti? “Io spero solo che essere Europa voglia dire anche ragionare in modo europeo. Quella è la strada da percorrere”. (Ambra Notari)