Droghe, “la Iervolino-Vassalli non era una buona legge”

Che la bocciatura della Fini-Giovanardi non crei nostalgia per la vecchia legge. “La decisione della Corte costituzionale deve essere solo il punto di partenza. La Iervolino-Vassalli non era una buona legge, anzi. La Fini-Giovanardi è stata tanto criticata proprio perché aggrava la legge precedente”. Lo sostiene Elia De Caro, avvocato del foro di Bologna associato Antigone, che da anni si occupa della materia dopo un passato nei movimenti antiproibizionisti. “Con il ritorno alla Iervolino-Vassalli si amplia lo spazio di discrezionalità del giudice per stabilire i parametri se l’uso della sostanza stupefacente era personale oppure no”, spiega. Così, prima dell’entrata in vigore della Fini-Giovanardi, nel 2006, i singoli Tribunali avevano stabilito i propri. Con fortissime discrepanze nel Paese: nei grandi centri spesso era il doppio che nei piccoli centri di provincia.

Per altro, il motivo per cui sulla Fini-Giovanardi si è espressa la Corte costituzionale nulla ha a che fare con i contenuti della legge. È stata contestata in un processo a piccoli spacciatori per essere stata approvata nel decreto legge sui Giochi invernali di Torino sul falso presupposto dell’emergenza. “Certo, il lavoro sullo sfondo di movimenti antiproibizionisti e di associazione ha dato i suoi frutti, ma non è che la Corte entra nel merito dei contenuti”, specifica De Caro.

Secondo il Libro bianco sulla Fini Giovanardi curato da Antigone, Forum droghe, Cnca, Società della ragione onlus, Fuoriluogo.it e Magistratura democratica, il 32,6 per cento dei detenuti italiani si trova dietro le sbarre per la Fini-Giovanardi. “Non che la Iervolino-Vassalli non creasse carcerazione”, nota De Caro. Ma la differenza sostanziale resta: con la distinzione droghe leggere e pesante la pena comminata va dai sue ai sei anni, piuttosto che dai sei ai 20 previsti dalla Fini-Giovanardi. (lb)