EMDR e Dipendenze

L’EMDR (eye movement desensitization and reprocessing) è un protocollo clinico costituito da procedure strutturate, riconosciuto come trattamento d’elezione per il Disturbo Post-Traumatico da Stress (PTSD).

Esso fonda le sue radici nell’AIP (Adaptive Information Processing) e si basa sull’ipotesi che un evento traumatico blocchi il processo innato del cervello di elaborazione dell’informazione, congelando le informazioni, così come le emozioni e le sensazioni fisiche legate al trauma, in una forma frammentata e non integrata.

Attraverso varie forme di stimolazione bilaterale alternata (come i movimenti saccadici oculari e il tapping sulle mani) combinate con una riattualizzazione della memoria traumatica, l’informazione fino ad allora intrappolata riprende ad essere elaborata giungendo ad una risoluzione neurologicamente adattiva, positiva ed integrata, delle memorie del paziente legate all’episodio traumatico.

Tale metodo permette, dunque, di operare una desensibilizzazione dei ricordi traumatici e una ristrutturazione cognitiva della memoria disturbante, comprensiva di valutazioni cognitive, emozioni, sensazioni.

L’utilizzo dell’EMDR è stato esteso anche al trattamento di altri disturbi tra cui quello da dipendenza da sostanze.

In questo caso l’EMDR è stato ritenuto un trattamento efficace, rilevando l’associazione tra dipendenza da sostanze e PTSD o eventi traumatici nei soggetti che fanno uso di sostanze psicoattive (Shapiro, 1994). Rafforzano tale convinzione Zweben e Yeary (2006) quando affermano che “un numero significativo di persone che cercano un trattamento per un disturbo da abuso di sostanze ha una storia di trauma nell’infanzia, nell’età adulta o in entrambe” (p. 115).

Come evidenziato da Gentile et al. (2013) la persona dovrebbe sottoporsi all’EMDR dopo essere passato attraverso il processo di dissuefazione o in una fase di stabilizzazione con agonisti ed è quindi auspicato dagli autori di proporre tale tipo di intervento in un contesto protetto, in modo da contenere l’eventuale attivazione del craving verso le sostanze d’abuso.

Zweben e Yeary (2006) sono dello stesso avviso quando affermano che “il trattamento residenziale rappresenta un setting altamente desiderabile per l’EMDR, poiché le strutture di sicurezza sono più mirate per utenti instabili” (pag.123). In tali contesti, infatti, l’EMDR può rivelarsi utile per molti aspetti: dal raggiungimento dell’astinenza, alla prevenzione della ricaduta, al rafforzamento della motivazione, all’individuazione e riconoscimento dei triggers su cui lavorare.

L’EMDR non rappresenta, dunque, solo uno strumento utile per poter riprocessare grandi traumi, processo a volte impossibile da attuare all’ingresso in una struttura protetta per la fragilità dello stato psicofisico dell’utente, ma si rivela funzionale anche per far accedere la persona a stati affettivi positivi e risorse.

All’interno della Comunità Terapeutica residenziale l’Arcobaleno il lavoro clinico individuale con gli utenti si avvale di tale protocollo suddivio sulla base di tre stadi che seguono il percorso di permanenza in struttura:

FASE ACCOGLIENZA: -raccolta della storia di vita del cliente; -somministrazione della scala DES; -preparazione del cliente con installazione del “Posto al Sicuro”; -individuazione degli eventi di vita che saranno poi target del trattamento (T. e t.).

FASE INTERMEDIA: -elaborazione attiva dei target identificati secondo le fasi del protocollo (assessment, desensibilizzazione, installazione, body scan, chiusura, rivalutazione).

FASE DI PREDIMISSIONE: -rivalutazione dei target identificati in relazione alla Top 10 (10 ricordi positivi e negativi) ed eventuale osservazione di trigger specifici in relazione alla prevenzione della ricaduta.

Sulla base di quanto teorizzato dalla Shapiro (1994) il protocollo da utilizzare nel trattamento di pazienti con dipendenza da sostanze dovrebbe essere composto da tre step: il primo concentrato sul materiale connesso all’abuso di droga, il secondo rivolto a ciò che attiva il craving ed il terzo riguardante lo sviluppo di strategie di fronteggiamento più adattive.

Secono le nostre esperienze, da quanto osservato durante il lavoro clinico, il lavoro sui target emersi dalla storia di vita degli utenti comporta spesso una desensibilizzazione “indiretta” dei target legati all’uso della sostanza. Essi subiscono infatti una sorta di “remissione spontanea”, con diminuzione del SUDS e una rielaborazione adattiva dei ricordi, seppur non venga attuata la specifica procedura prevista nei casi di dipendenza da sostanze.

Il lavoro di rielaborazione degli eventi più significativi del proprio ciclo di vita sembra infatti ristrutturare l’intera esperienza soggettiva, comprese, quindi, le condotte da uso da sostanze, in maniera generalizzata.

Teresa Antonelli piscologa e psicoterapeuta Comunità Terapeutica “L’Arcobaleno”

Martina Vallorani psicologa