Piemonte, medici per le dipendenze in agitazione. “Strutture dimezzate”

“Riforma”, “riorganizzazione”, “razionalizzazione”. Nella sanità piemontese, da qualche anno, questi termini vanno traducendosi sempre più spesso in “tagli”, “accorpamenti”, “soppressioni”. Lo sanno bene anziani, non autosufficienti e utenti psichiatrici – solo per citarne alcuni – che dal 2010 in poi si sono visti progressivamente ridurre prestazioni domiciliari e servizi residenziali. Alla lista potrebbero aggiungersi ora anche gli utenti dei dipartimenti per le dipendenze, dal momento che l’assessorato alla Sanità ha appena iniziato a “riorganizzare” anche quelli. Riducendo da 20 a 13 in tutta la regione le strutture complesse, ovvero quelle che hanno a capo un primario e sono in grado di organizzare il lavoro di operatori e medici degli ambulatori sparsi sul territorio.
Secondo l’assessore regionale Antonio Saitta, si è trattato semplicemente di tagliare qualche incarico dirigenziale, mantenendo però intatti i servizi: “Preferisco confermare il budget annuo di 31 milioni – ha dichiarato Saitta – per trattare tutte le dipendenze dall’alcol al gioco d’azzardo, facendo dimagrire gli incarichi”.

Non la pensano affatto così i lavoratori del settore, che denunciano peraltro come quel budget fosse già stato appena ridotto da 35 ai 31 milioni attuali. Per studiare una strategia comune, ieri erano riuniti nella sede torinese del Gruppo Abele: a sentir loro, il rischio “è di trovarsi con strutture elefantiache – spiega Emanuele Bignamini, responsabile nazionale della Federazione dipartimenti per le dipendenze – con 85 o 90 operatori per struttura, che lavorano senza una dirigenza chiara e dunque senza una reale organizzazione”. Oggetto del contendere è la deliberazione regionale che prescrive che in ogni Asl dovrà esistere, da ora in poi, un’unica struttura complessa per le dipendenze.  “Ciò implica – spiega il dottor Augusto Consoli, responsabile di dipartimento nella Asl To 2 – che territori con bacini d’utenza di 50 o 500mila persone saranno di fatto equiparati e organizzati secondo la stessa logica. E questo comporterà quasi certamente ritardi e colli di bottiglia nei servizi all’utenza; oltre a determinare degli sprechi, dal momento che decine di operatori si troveranno, di fatto, senza nessuno che gli dica cosa fare”.  Nella sola Torino, di strutture complesse ne esistevano finora quattro, a fronte di due Aziende sanitarie che servono un bacino di 500mila persone ciascuna. Con le nuove disposizioni sono state dimezzate; confermando, dunque, quanto detto da Consoli, dal momento che una Asl da 500mila utenti (come le due torinesi) si reggerà sulla medesima struttura organizzativa presente in una città come Biella (che di abitanti ne conta, per l’appunto, 44mila).

“L’altro problema – continua Bignamini – è che oltre alle unità complesse sono stati tagliati anche i responsabili di strutture semplici. E questi tagli arrivano addirittura in seconda battuta, visto che i direttori generali delle Asl, ottemperando a quanto richiesto dalla Regione e dal piano di rientro sanitario, avevano già dimezzato i dipartimenti e tagliato diverse strutture”. Le nuove riduzioni avrebbero quindi il sapore della beffa, “soprattutto perché – conclude Bignamini – sono state effettuate senza interpellare nessuno sul campo. In altre parole, la Regione Piemonte ormai taglia senza preoccuparsi affatto di quanto il sistema sia effettivamente in grado di assorbire tali decisioni”. E il punto, in effetti, è che mentre il personale si va riducendo, l’utenza dei servizi continua inesorabilmente a crescere: in tutta la regione gli utenti sono arrivati ormai a 20mila, soltanto per quanto riguarda le tossicodipendenze. Resta da vedere quale che effetto avranno le nuove disposizioni sudi loro. (ams)

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