Seymour Hoffman non è il solo, negli Usa è boom dell’eroina

 La morte per overdose dell’attore Philip Seymour Hoffman ha portato all’attenzione del pubblico americano una piaga, quella degli oppiacei, che è stata per molto tempo ignorata ma che sta ora abbattendosi sugli Stati Uniti con una forza inaudita. Si tratta di una storia lunga e complessa, che comincia negli anni novanta nei corridoi delle grandi case farmaceutiche e finisce oggi, spesso drammaticamente, nelle strade delle più grosse città del Paese. Una storia di cui l’eroina è il punto d’arrivo e le cui origini vanno ricercate invece nell’enorme diffusione di antidolorifici prescritti dai medici americani.

«La ragione per cui osserviamo un aumento dell’uso di eroina negli Stati Uniti è che è in corso un’epidemia di dipendenza da oppioidi, quei farmaci derivati dai papaveri da oppio», dice Andrew Kolodny, responsabile medico per Phoenix House, centro di riabilitazione di New York, e presidente dell’organizzazione Physicians for Responsbile Opioid Prescribing. Questi medicinali comprendono la morfina, ma anche l’ossicodone e l’idrocodone e sono sostanzialmente identici all’eroina. «Una quindicina d’anni fa circa, le aziende che producevano questi analgesici, in particolare Purdue Pharma, lanciarono un’enorme campagna educativa e promozionale, spendendo milioni di dollari per convincere i dottori a prescriverli più aggressivamente perché il pericolo della dipendenza era minimo», continua Kolodny. Purdue Pharma è la creatrice di OxyContin, medicinale diventato popolare negli Stati Uniti grazie anche a una strategia di marketing molto costosa. Se l’azienda vi aveva investito 48 milioni di dollari nel 1996, nel 2000 questa cifra era salita a 1,1 miliardi di dollari (nel 2007, le dirigenze aziendali sono state multate per oltre 600 milioni di dollari per pubblicità ingannevole).

Guarda caso, dal 1996 in poi i medici americani hanno distribuito tra i propri pazienti grandi quantità di oppioidi, il cui consumo è andato alle stelle. Dati del National Institute On Drug Abuse mostrano che, tra il ’96 e il 2010, il numero di ricette per questo genere di farmaci è passato da 91 milioni a 210 milioni. E nonostante le rassicurazioni dell’industria farmaceutica, sono aumentate anche le persone da essi dipendenti, 2,3 milioni nel 2009. Secondo Kolodny, costoro si dividono in due gruppi principali: gli adulti di mezz’età che hanno iniziato a assumere questo genere di analgesici per un semplice mal di schiena e si sono ritrovati poi a non poterne più fare a meno; e i loro figli adolescenti, curiosi di sperimentare con le droghe e convinti che queste pillole, che apparivano sempre più frequentemente negli armadietti dei medicinali dei genitori, fossero generalmente sicure perché prescritte da un dottore.

Invece gli oppioidi sono pericolosissimi. Secondo il Centers for Disease Control and Prevention, che oggi considera quella degli antidolorifici la peggiore epidemia di droga nella storia degli Stati Uniti, dal 2002 al 2013 le overdose da oppioidi hanno ucciso di più che l’eroina e la cocaina messe assieme. E la loro frequenza sta crescendo a un ritmo furioso. Tra il 1999 e il 2010, il numero di overdose mortali è salito del 265% tra gli uomini e del 400% tra le donne. «I media prestano molta attenzione all’eroina, ma le pillole stanno uccidendo molta più gente», dice Kolodny. Tra l’altro, gli analgesici rappresentano sempre più una rampa di lancio verso il consumo di eroina (come nel caso di Hoffman, che dopo vent’anni di sobrietà ha confessato nel 2013 di aver ripreso a drogarsi con le pillole). Questo è vero in particolare da quando il governo federale e quelli statali si sono accorti della loro pericolosità e hanno deciso di dare un giro di vite. «Un paio di anni fa le autorità hanno cominciato a irrigidire i controlli, riducendo le quantità di pillole disponibili sul mercato illegale», dice Meghan Ralston, una coordinatrice della Drug Policy Alliance. «Per chi ne era dipendente, il passo successivo è stato di cercare il sostituto migliore, l’eroina». Altri due fattori hanno contribuito a questa transizione. Quando si è capito, sempre nel corso degli ultimi anni, che OxyContin dava molta più dipendenza di quanto si pensasse in precedenza, Purdue Pharma ne ha sviluppato una versione anti-abuso, più difficile da ridurre in polvere per quegli utilizzatori che preferivano sniffare il farmaco o iniettarselo in vena. Altra ragione che ha spinto molti nelle braccia dell’eroina. Infine, sul mercato nero una busta di eroina, che viaggia tra i 6 e i 10 dollari, è molto meno costosa di una pillola di OxyContin, il cui prezzo varia dai 60 ai 100 dollari. Con il risultato che, al 2011, 4,2 milioni di americani sopra gli undici anni di età hanno provato l’eroina almeno una volta.

Il fenomeno della dipendenza da oppiacei è quindi più complesso e diffuso di quanto si pensi solitamente e la classe media non ne è certo esclusa. «Gli utilizzatori di eroina non corrispondono allo stereotipo creato dai media del tossico senza casa che vive sotto i ponti», dice Ralston. «Esistono anche quelli naturalmente, si tratta della fase caotica della tossicodipendenza, ma sono una minoranza. In gran parte chi fa uso di droghe è uguale a noi, ai nostri vicini di casa, alla babysitter che ci cura i bambini o al nostro meccanico di fiducia».

Questo tema è tornato prepotente alla ribalta non solo in seguito alla morte di Hoffman, ma anche a causa di un’impennata nel numero di overdose fatali che ha colpito gli Stati Uniti nord orientali nell’ultimo anno. In Vermont, ad esempio, questi decessi sono raddoppiati tra il 2012 e il 2013, tanto da convincere il governatore Peter Shumlin a dedicare tutto il proprio discorso sullo stato dello Stato di quest’anno, l’equivalente locale dello stato dell’Unione, a questa piaga. A complicare ulteriormente la situazione è arrivata poi più di recente una grossa partita di eroina tagliata con fentanyl, un analgesico fino a 100 volte più potente della morfina. Negli ultimi mesi, decine di persone sono morte in Maryland, Pennsylvania e Rhode Island. «Il problema in questo caso è che i tossicodipendenti non sanno con che genere di eroina hanno a che fare – spiega Ralston – e finiscono per assumere una dose che gli sembra normale, ma in realtà è molto più forte».

Come muoversi, dunque, per far fronte a questa epidemia sempre più fuori controllo? «Dobbiamo smettere di mandare in galera quelli che sono già dipendenti da oppiacei – dice Ralston – Piuttosto dobbiamo sforzarci di capire le loro esigenze, se hanno bisogno di formazione professionale, di studiare, di un posto di lavoro, e aiutarli a gestire la propria condizione in maniera che non imponga loro di smettere completamente». Attraverso l’uso di farmaci sostituivi, come il metadone, o l’implementazione di programmi che già esistono in altri paesi e che prevedono l’uso controllato di quantità limitate di eroina. Secondo Ralston lo stesso approccio razionale e non punitivo dovrebbe valere anche per quelle persone che fanno uso di questo genere di droghe ma non ne sono dipendenti, non commettono crimini, conducono le loro vite in maniera generalmente normale e non sono destinati a morire di overdose. «Sarebbe il caso che li lasciassimo in pace», conclude Ralston.

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